La vita quotidiana dei cristiani perseguitati nei campi profughi: sopravvivenza tra fede e avversità

Secondo recenti rapporti di Open Doors, oltre 380 milioni di cristiani subiranno elevati livelli di persecuzione nel 2024-25, con 4.476 omicidi legati alla fede registrati nell’ultimo anno. Molti di loro fuggono nei campi come sfollati interni o rifugiati internazionali, in condizioni estreme in cui la fede è spesso causa di esclusione o violenza.

In Nigeria e nell’Africa subsahariana, i cristiani sono stati cacciati dalle loro case da gruppi estremisti, causando un esodo di massa verso campi di fortuna all’interno del paese o nei paesi limitrofi. Il numero di sfollati interni è salito a 278.716 famiglie cristiane solo tra ottobre 2022 e settembre 2023. In Myanmar, oltre 100.000 cristiani rimangono nei campi dopo il colpo di stato militare, con scarse garanzie igienico-sanitarie e alimentari.

La vita quotidiana in questi campi è un misto di attesa forzata, profonda privazione e costante esercizio di resilienza spirituale. I bisogni primari – acqua pulita, riparo, cibo – sono spesso scarsi e precari. Intere famiglie vivono in tende sovraffollate o in strutture di fortuna, con servizi igienici inesistenti o insufficienti, il che le espone al rischio di malattie contagiose. Molti uomini e donne rinunciano alla scuola o al lavoro, poiché la ricerca di sostentamento diventa routine.

Tuttavia, i cristiani sfollati spesso si organizzano in comunità di fede all’interno del campo: pregano insieme, condividono testimonianze e, quando possibile, organizzano piccole chiese clandestine o si riuniscono online. Sebbene in alcuni paesi siano esclusi dalla distribuzione di aiuti umanitari, trovano conforto e forza nella loro convinzione spirituale.

In aree come la Striscia di Gaza, oltre 400 cristiani palestinesi sono confinati da oltre quattordici mesi all’interno della chiesa della Sacra Famiglia, trasformata in un rifugio. Lì, sotto i continui bombardamenti, l’accesso all’acqua, o anche solo a una singola goccia d’acqua al giorno, diventa una sfida monumentale. La comunità si organizza in comitati per occuparsi di cibo, spiritualità e cure di base.

In tutti questi contesti, la persecuzione non solo costringe allo sfollamento: ridefinisce ogni giorno come un atto di fede e resistenza. Il quotidiano e lo spirituale si intrecciano in una routine segnata dall’attesa, dalla paura, ma anche dalla speranza e dalla silenziosa testimonianza di una comunità che rifugge il silenzio anche quando tutto sembra perduto.

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