Il silenzio dei media sulla crescente vulnerabilità dei cristiani perseguitati
La persecuzione dei cristiani in diverse regioni del mondo si sta intensificando, ma rimane ampiamente al di fuori dei riflettori dei media e delle agende internazionali. Organizzazioni come Aiuto alla Chiesa che Soffre avvertono che oltre 360 milioni di cristiani vivono in contesti di “alti livelli di persecuzione o discriminazione”.
Durante un recente discorso alle Nazioni Unite, l’arcivescovo Paul Gallagher ha criticato gli Stati membri per aver “voltato le spalle” a questa realtà. Ha sottolineato che “i dati mostrano che i cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato al mondo, eppure la comunità internazionale sembra ignorare la loro situazione”.
Inchieste giornalistiche sottolineano che questa mancanza di attenzione è dovuta a diversi fattori: la localizzazione geografica della violenza (aree remote dell’Africa subsahariana o del Medio Oriente), la mancanza di interesse geopolitico e la difficoltà di rompere con le narrazioni consolidate che sostengono le relazioni internazionali.
Le conseguenze di questo silenzio non sono solo simboliche: la persecuzione include omicidi, distruzione di chiese, sfollamenti forzati e restrizioni alla pratica del culto. Rapporti recenti indicano che il numero di paesi in cui i cristiani subiscono livelli di persecuzione “elevati o estremi” è raddoppiato negli ultimi tre decenni.
Questa mancanza di visibilità indebolisce la mobilitazione internazionale, limita la pressione sui governi coinvolti e riduce le risorse umanitarie per le comunità colpite. Di conseguenza, molte vittime rimangono isolate, vulnerabili e senza che la piena portata della loro sofferenza venga riconosciuta.
In un mondo saturo di crisi mediatiche come conflitti armati, pandemie e migrazioni, la persecuzione dei cristiani sembra rimanere una “storia dimenticata”, nonostante la sua gravità e portata.

